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We care… ancora motlo!

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Maria Cristina Vespa 

Riflessioni sull’educare in un tempo opportuno, avendo cura, nella prossimità.

La necessità di educare in un “tempo opportuno”

Sul terreno dell’azione educativa, la qualità dell’esperienza del tempo è un fattore determinante.
In educazione, la direttrice temporale entro cui sostenere la crescita e lo sviluppo, non è quella della dittatura dell’urgenza, della necessità, dell’emergenza, dello scorrere lineare, logico, sequenziale del tempo, inteso come krónos, ma è quella del kairós, “momento opportuno”, “tempo debito”, punto di contatto tra realtà esistenziale e progetto, che valorizza ogni autentica unicità umana.

A quale delle due dimensioni ci affidiamo quando educhiamo i nostri giovani, nel sollecitarli alla scelta, alla scoperta delle loro ricchezze, alla valorizzazione delle loro risorse?

Di fronte ad una società in continua accelerazione, è fondamentale che in ambito educativo si possa insistere sulla qualità del tempo (kairós) che implica la necessità di scegliere, valutare, selezionare. L’educazione necessita di tempo, di periodi lunghi che arrivano a dilatarsi anche nel corso di diverse fasi di vita. Il tempo si pone come crisi o come opportunità, sta noi dargli l’adeguata connotazione, decidendo in quale vogliamo abitare e a quale vogliamo educare le nuove generazioni.

Esse hanno bisogno che venga riconsegnato loro un tempo di qualità, attraverso la testimonianza di chi, prima di loro, ha vissuto spazi differenti e ha scoperto il valore di attimi più lenti, talvolta anche noiosi ma pieni di una noia produttiva, in cui il sostare significava costruire il passo successivo: pensarlo, immaginarlo possibile e impegnarsi per realizzarlo.

È tempo di educare al mettersi in cammino verso traiettorie non delineate, alla scoperta di nuove mete e nuovi orizzonti perché la vita assomigli sempre meno ad tour programmato, scandito da toccate e fuga, ma sia progetto, esperienza da abitare, strada da percorrere, con il coraggio di aprirsi alla novità, alla costruzione di qualcosa di nuovo, con l’impegno di rendere questo cammino spazio di consapevolezza e di scelta.

Prendersi cura

Don Lorenzo Milani, parroco e maestro presso Barbiana nel territorio del Mugello, pose come centro della sua pedagogia la pregnante espressione I care, scritta su un cartello all’ingresso della scuola, in cui riassumeva le finalità di cura educativa che hanno accompagnato tutto il suo pensiero. Questa frase ricca di un significato innovativo e rivoluzionario per l’epoca, è traducibile come “mi sta a cuore”, “mi prendo cura”, “mi interessa”, in piena contrapposizione al motto fascista “me ne frego”, cioè sono indifferente, disinteressato, mi giro dall’altra parte.

Quando un educatore manifesta questo atteggiamento di cura e di interesse verso un ragazzo è come se comunicasse: “per te ci sono e puoi contare su di me”. Il ragazzo si sente autenticamente considerato, avverte un senso di fiducia, sente di valere e viene incoraggiato a dare il meglio di sé.

Responsività, tenerezza, empatia, ascolto, rispetto sono alcune delle componenti che fanno parte di tutta l’ideologia presente nell’I care e che rappresentano parti integranti di moltissime teorie e prassi educative.

Nello Scautismo questo è stato accuratamente trattato da Baden-Powell, il quale raccomanda uno stile relazionale che non sia come quello di un maestro di scuola, né come quello di un ufficiale di truppa, né di un sacerdote o un precettore, ma di fratello maggiore. Prosegue insistendo su un’educazione al singolo: «La prima cosa per riuscire nell’educazione è di sapere qualcosa sui ragazzi in genere, e poi sul vostro ragazzo in particolare» (Baden-Powell, 2006, 26). L’attenzione al singolo ragazzo è cruciale nella relazione educativa ed il Capo deve «rendersi conto delle esigenze, delle prospettive e dei desideri, delle diverse età della vita del ragazzo; deve occuparsi di ciascuno dei suoi ragazzi individualmente, piuttosto che della massa» (Baden-Powell, 2006, 20).

Insiste dicendo: «Vi sono alcuni che dicono di avere Reparti magnifici di 60 od anche 100 ragazzi ed i loro Capi mi dicono che sono educati altrettanto bene che nei Reparti più piccoli. Io manifesto la mia ammirazione (“ammirazione” letteralmente significa “meraviglia”) e non ci credo. Mi chiedono: “Perché occuparsi dell’educazione alla persona?”. Perché è la sola forma di educazione possibile» (Baden-Powell, 2006, 56).

Educare è faticoso e oggi percepiamo lo sia ancor di più perché con l’avvento della società digitale e globalizzata del post-contemporaneo, si sono prodotti dei cambiamenti antropologici talmente radicali che si impongono sfide educative del tutto nuove alle quali non è facile rispondere.

La tentazione di cedere allo scoraggiamento di fronte ad una realtà complessa, di gestire il compito educativo “alla giornata” senza una reale progettualità o di delegarlo ad altri è sempre dietro l’angolo. La vera sfida oggi, consci del grande valore umano che l’azione educativa comporta, è quella di rispondere coraggiosamente prendendo in prestito le parole di don Milani: «Volevo […] scrivere sulla porta: “I don’t care più”, ma invece me ne “care” ancora molto» (Milani, 2017, 185-186).

Farsi prossimi

La cura è una forma di relazione indissolubilmente legata a condizioni di prossimità. Non c’è cura tra gli umani e tra essi e l’ambiente, senza che ci sia vicinanza e condivisione dello stesso sistema di prossimità. Spersonalizzare l’educazione significa snaturarla, mortificarla ad oggetto, trasformarla in azione tecnica o strumentale, chiusa all’apertura generativa nei confronti dell’altro e della realtà tutta.

Il termine prossimità racchiude la parola “prossimo” e rimanda al farsi prossimo, alla carità e quindi all’amore, ad una relazione che coinvolge e non lascia indifferenti. La prossimità è una dimensione fisica diversa dalla sola vicinanza perché realizza la pienezza relazionale attraverso incontri reali, il guardarsi negli occhi, il rivolgersi parole, il donarsi presenza, tutte azioni queste, generative, perché creano legami. La prossimità necessita di attenzione ai dettagli, di partecipazione, di motivazione alla partecipazione e all’interazione, disponibilità visibile e tangibile, tensione verso l’altro, interesse nel creare un’intesa visibile e tangibile, consapevolezza del ruolo, pensiero centrato sulla qualità della relazione, impegno etico visibile e tangibile.

Praticare cura e prossimità è un dono quotidiano insito nella grande missione di crescere il futuro; significa, infatti, educare ad una cultura di attenzione e presenza anche tra pari e quindi ad azioni quotidiane di cura verso l’altro, costruendo reciprocità di ascolto ed interesse, accompagnamento non condizionato e sensibilità verso le ferite e le fragilità altrui.

L’educazione non può e non deve rinunciare a vivere le relazioni nella chiave della prossimità rispettosa, delicata ma solida e significativa; essa deve tornare a caratterizzare stili sociali, etici, pedagogici, assumendo un ruolo reticolare e trasversale nei percorsi di maturazione personale e sociale di giovani generazioni e di nuove generazioni di genitori, educatori, insegnanti e adulti.

L’importanza della prossimità nella relazione educativa sta anche nel suo valore preventivo perché dalla sua intensità e dalla percezione della sua intensità dipende concretamente la possibilità di limitare sensibilmente l’impatto di processi e fenomeni preoccupanti per il versante educativo.

Bibliografia consultata

Baden Powell R. (2006), Il libro dei Capi, Fiordaliso, Roma.

Milani L. (2017), Lettera a una professoressa, Mondadori, Milano.

Piccione V.A. (2021), Abitare i luoghi dell’educazione, abitare la contiguità e la prossimità, mediare, Lifelong, Lifewide Learning, 17 (38), 157-165.

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