Search

Voglio una vita intensa!

Tempo di lettura:

7 minuti


Pierfrancesco Azzi
Redazione Azimuth e Centro Studi Scout d’Europa FSE – pier.azzi@gmail.com

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che immagina un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene una pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

I giusti, J. L. Borges

Quante volte abbiamo la percezione di correre troppo? Di avere tantissime cose da fare e di non riuscire ad avere tempo sufficiente per farle tutte? Di non riuscire a gestire il tempo a nostra disposizione, ma di subirlo? Il tempo che viviamo è un tempo che sembra voler imporre il ritmo della nostra vita, che sembra dirci che dobbiamo vivere intensamente se vogliamo realizzarci (= avere successo).

Vivere di corsa, intensamente

La società (post)moderna è sicuramente ispirata, al contrario di altri tempi e modelli culturali, alla necessità di vivere intensamente. Intensamente non per la qualità ma per la quantità, non per la profondità ma per la variabilità con cui interpretiamo il quotidiano. Non si tratta di essere un uomo intenso, ma di essere intensamente l’uomo che si è.L’uomo intenso della postmodernità è un uomo in costante ricerca: non di senso (come l’uomo antico) ma di sensazioni, non di unitarietà ma di frammenti, non di stabilità ma di cambiamento.

«Quest’uomo sente la vocazione di intensificare la propria natura, ovvero le sue funzioni vitali, le possibilità del suo metabolismo, i suoi sensi, la sua facoltà di godere, la sua empatia e la sua autonomia: […] ambisce semplicemente a realizzarsi non in assoluto (perché niente si realizza mai completamente) ma nel modo più vigoroso possibile. Punta a un grado massimo di perfezionamento e di intensificazione delle proprie facoltà, delle proprie sensazioni, delle proprie concezioni. [Sente il bisogno di] alimentare il braciere del corpo e dello spirito che pretende incessantemente nuove intensità via via che le precedenti sono state identificate, passando dalle braci dell’ignoto alle ceneri del già visto. Perché il mondo viene caricato di intensità soltanto a patto che siamo noi a ricaricarlo continuamente»1.

Questo si traduce chiaramente nel primato dell’esperienza («siamo, profondamente, le situazioni nelle quali viviamo»2) in cui ogni frammento, ogni singolo episodio, diventa non solo importante ma fondamentale (perderlo potrebbe significare la perdita di una chance – magari decisiva – di felicità). Non è importante l’integrazione o l’integrità di una vita, ma la vita come somma, anche non coerente, di frammenti. La vita si trasforma in una successione temporale di nuovi inizi, tutti importanti, tutti (forse) decisivi, tutti (probabilmente) scollegati.

Variazione ed accelerazione: massimizzare la vita

Per vivere in questo modo intenso possiamo riconoscere alcuni stratagemmi che applichiamo, anche inconsciamente.

Il primo stratagemma è la variazione: variare, continuamente, l’insieme delle proprie esperienze modulandole continuamente. L’uomo intenso – che si annoia facilmente – deve cambiare, provare varie passioni, sperimentare, scoprire cose ignote, vivere relazioni diverse. Perché quello che resta invariabile sarà (forse) vero ma non contribuisce a rendere la vita più interessante e, al contrario, sembra spegnerla. Ha perso il gusto dell’identità (non è sensibile, cioè, a ciò che rimane identico): l’idea di eternità lo fa sbadigliare, il marmo sarà bello e stabile ma lo lascia freddo. Tutto ciò che sembra negare la vita e la sua versatilità lo rende impaziente: l’assoluto e la perfezione gli appaiono come un difetto, un ostacolo verso le infinite possibilità del divenire.

Il secondo stratagemma è l’accelerazione: la variazione da sola potrebbe non bastare perché c’è noia anche nell’idea di cambiare sempre in modo simile. Alla variazione continua si deve accompagnare un aumento continuo dell’intensità: tutto deve sempre essere più forte. La velocità costante non attrae, la velocità in continua accelerazione sì. L’uomo intenso desidera che aumentino tutti i segnali, la sua vitalità. Una corsa senza sosta che non può permettersi di frenare e che si applica anche alle proprie speranze, alle aspettative sulle relazioni, alle aspirazioni personali (lavoro, studio, attività) in una sorta di «entropia del desiderio» che difficilmente trova soddisfazione, sosta, stabilità, continuità.

«Ciò che conta è la velocità. Andando alla giusta velocità si può consumare tutta l’eternità nell’ambito del continuo presente della vita terrena. Il trucco sta nel comprimere tutta l’eternità fino a contenerla nell’arco della vita di un individuo»3.

Contare i risultati basta?

Comprimere nel presente l’infinito presuppone un sistema – a cui nessuno può pensare di essere impermeabile – in cui l’idea di successo è basata sul conteggio del fare, sulla quantificabilità dei risultati collezionati, sulla misurazione dell’intensità raggiunta. In un tale contesto di vita (intensamente concepita) l’idea di felicità e di successo si confonde facilmente con quella di prestazione e risultato.

Il successo, però, non si può misurare solo come numero di variazioni e accelerazioni ma anche come capacità di stare nella vita, di accogliere ed accoglierci, di accettare che la felicità non sia principalmente una cosa da fare, ma soprattutto qualcosa che bisogna anche essere disposti a ricevere. Più che vivere una vita intensa bisognerebbe provare a «stare» nell’intensità della nostra vita, abitandola, a prescindere dalle misurazioni e da un’idea di successo basata sulla quantità invece che sulla qualità delle esperienze. Costruire e coltivare la propria identità (ed anima) significa imparare a stare nella variazione e nell’accelerazione, senza subirle, ma gestendole, per ricavare opportunità ed energie tese a ri-costruire, a realizzare, a ri-trovare quello che la mia vocazione mi chiede di essere.

Ancora oggi si sente spesso dire che le persone che sono state Scout si riconoscono rispetto a chi non lo è stato: probabilmente vengono riconosciute non solo perché sanno fare qualche nodo o sono più spigliate nelle scomodità, ma perché sanno fare i conti con il proprio stare nella vita. Come educatori non dobbiamo mai stancarci di far stare i nostri ragazzi con loro stessi, con i loro limiti, con le loro fragilità. Educare alla qualità della scelta, delle relazioni, delle esperienze è una marcia in più in questo contesto, molto più di tanti anni fa.

Non successo, ma felicità intensa

Potrebbe capitare infatti di non sentirsi realizzati e per questo di sentire di avere fallito o, peggio, di sentirsi falliti rispetto ai canoni più superficiali di questa vita intensa. Essere «i giusti» (come le persone della poesia di Borges) significa essere persone capaci di ri-dare intensità alla vita, dopo averla vista e ricevuta, capaci di compiere e donare completezza al mondo con le proprie esperienze, dopo averle prese, capaci di unire frammenti inconcludenti in un mosaico bellissimo e nitido, intenso e vero.

La nostra vita prende senso allora perché siamo capaci di vivere la vita,ricevendola tutta nell’istante in cui riconosciamo che la vita stessa è la misura della nostra felicità, senza doverci affannare nel variare e nell’accelerare affannosamente, ma «stando» in questo mondo variabile ed in accelerazione. 

Allora questa vita diventa il nostro mondo, e questo mondo la nostra vita. Capendo, finalmente in modo sereno, che si è felici non perché si ha successo, ma si ha successo perché si è felici.

1 Tristan Garcia – La vita intensa

2 M. Benasayag e G. Schmidt – L’epoca delle passioni tristi

3 Z. Bauman – Vita liquida

Contenuti correlati