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In te mi specchio: l’empatia, esperienza di ascolto profondo

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Maria Cristina Vespa 
Redazione Azimuth | mariacristina.vespa@azimuth.fse.it 

Come funziona la capacità che lega tutti gli esseri umani di sintonizzarsi con l’altro, di comprenderlo e di contattare il suo mondo emotivo.

L’ascolto empatico

Il termine empatia deriva dal greco antico εμπαθεια nel senso di “sentire dentro”, indicando una passione, una sofferenza interiore. Consiste nella capacità di cogliere e comprendere l’esperienza soggettiva dell’altro, mettendosi nei suoi panni, guardando il mondo con i suoi occhi, sentendo le cose come lui stesso le sente. È un modo di essere con l’altro, vicino all’altro mediante una profonda sintonizzazione, seppur mantenendo consapevolezza della propria individualità; infatti, solo riconoscendo gli affetti dell’altro come diversi dai propri è possibile accoglierli e custodirli.

L’empatia è una forma di ascolto attivo, attento, profondo, mosso da un autentico interesse per l’altro, che si configura come chiave di accesso per ogni incontro umano di qualità, base di ogni atto comunicativo e relazionale significativo.

Sono rare e preziose le situazioni in cui ci si può sentire veramente ascoltati, in cui l’interlocutore è a disposizione con tutto sé stesso, senza interruzioni, senza interventi con commenti, giudizi, o con la sovrapposizione al contenuto dell’altro con la propria esperienza.

Le persone empatiche sono più sensibili ai sottili segnali sociali che indicano i bisogni, le necessità o i desideri dell’altro, mentre come afferma Goleman (1996): “L’incapacità di registrare i sentimenti altrui è considerata come un gravissimo deficit dell’intelligenza emotiva”.

Una spiegazione evoluzionistica dell’empatia

L’idea di una tendenza “innata” a partecipare alle emozioni altrui, si può far risalire a Charles Darwin (1872). Lo scienziato, infatti, riteneva che gli esseri umani avessero non solo un’abilità naturale nel riconoscere le emozioni degli altri ma anche la propensione a rispondere nel modo più adeguato. Il contagio emotivo che per molti autori sta alla base dell’empatia, è un comportamento che Darwin definiva fondamentale per l’evoluzione della specie in quanto consentiva, sia al singolo individuo che al suo gruppo di appartenenza, di reagire in modo adatto e rapido alle situazioni di pericolo. Darwin aveva la convinzione che la sopravvivenza del più adatto poggiasse sia sulla competizione individuale, sia sull’abilità di cooperazione, di simbiosi e di reciprocità. Il “più adatto” è, dunque, colui che è capace di creare rapporti di cooperazione con i propri simili.

Attualmente, non esiste una definizione unica di empatia e persino tra i neuroscienziati non c’è accordo, al punto che quanti affrontano l’argomento affermano che ne esistono varie forme (emotiva, cognitiva, reciproca, intersoggettiva) ma sicuramente la scoperta dei neuroni specchio ha determinato un forte incremento dell’interesse per il fenomeno dell’empatia nell’ambito delle neuroscienze.

Attraverso gli occhi dell’altro: i neuroni specchio

Giacomo Rizzolatti è ritenuto il più grande neuroscienziato italiano. Dall’aspetto originale, sguardo profondo e al contempo ironico, capelli bianchi scompigliati, baffi d’altri tempi, una certa somiglianza fisica con Albert Einstein, cosa che suggerisce di primo impatto che ci troviamo di fronte ad una personalità geniale. Lui, già da molti acclamato come futuro premio Nobel, è colui che nel 1992, insieme alla sua equipe, presso l’Università di Parma, ha scoperto i neuroni specchio, studiati in tutto il mondo e considerati alla base dell’empatia, dell’apprendimento e della socialità.

Cosa sono i neuroni specchio? Quando si assiste a ciò che accade agli altri, non è solo la parte del cervello che sovrintende alla visione (cioè la corteccia visiva) ad attivarsi ma anche le aree del cervello associate alle nostre azioni. In pratica, è come se agissimo in modo simile alla persona che stiamo osservando. Esistono studi che confermano l’attivazione delle stesse aree emotive quando osserviamo una persona che prova emozioni.

Questo significa che l’empatia determina l’attivazione di diverse aree del cervello che agiscono in modo coordinato e complesso in modo da consentire a una persona di mettersi al posto dell’altra.

Inoltre, i neuroni specchio spiegano scientificamente qualcosa che intuitivamente si è sempre saputo, ovvero che “guardando si impara”.

Essere testimoni dell’azione, del dolore o dell’affetto di qualcun altro può attivare le stesse cellule nervose del cervello responsabili dell’esecuzione di tali azioni o di tali sentimenti. In altre parole, il cervello che osserva un’altra persona che sta vivendo una condizione emotiva risponde in modo abbastanza simile, anche se non è direttamente coinvolto.

Per esempio, afferma Rizzolatti (2012), per il disgusto: «Somministrando a una persona uno stimolo olfattivo sgradevole, come l’odore delle uova marce, si attivano determinate parti del cervello. Una di queste è l’insula, un’area corticale che interviene negli stati emozionali. La sorpresa è stata che, se osservo qualcuno disgustato, si attiva in me esattamente la stessa zona dell’insula. Questo ci consente di uscire da un concetto mentalistico e freddo, riportando tutto al corpo. Io ti capisco perché sei simile a me. Non deduco, ma sento. C’è un legame intimo, naturale e profondo tra gli esseri umani. Il processo non è logico ma intuitivo […]. Di sicuro la natura ha creato una società “comunista”, non nella suddivisione dei beni ma nella condivisione delle emozioni. Si tende a stare insieme. C’è la necessità di farlo anche se certe società, come quella attuale, spingono verso l’individualismo e insegnano l’egoismo».

L’empatia, è composta da una componente affettiva e una cognitiva, ossia legata al ragionamento. L’empatia cognitiva consiste nella capacità di riconoscere le emozioni altrui come se fossero proprie. L’empatia affettiva viene direttamente percepita, pensata o causata da un altro essere. In questo caso, porta a immedesimarsi mentalmente nella realtà altrui per comprendere al meglio punti di vista, pensieri ed emozioni, senza tuttavia essere offuscati dallo stato emotivo dell’altro.

Per concludere

Nelle relazioni interpersonali l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Sebbene l’empatia possieda delle debolezze strutturali da gestire attraverso l’uso dell’intelligenza emotiva, resta sempre una capacità centrale nella valorizzazione dell’essere umano e una risorsa preziosa che permette l’accesso alla realtà̀ in una forma alternativa a quella che domina il mondo moderno e che si pone alla base di una vita sociale significativa.

È attraverso di essa, come sosteneva Martin Buber (1991), che si realizza il rapporto io-tu, cioè tra due soggettività diverse ma equivalenti, rispetto all’io-esso, dove l’altro è considerato mero oggetto.

L’empatia permette alla persona di aprirsi a una realtà̀ basata sul coinvolgimento emotivo e cognitivo nei confronti di esseri che soffrono e gioiscono, che sono portatori viventi di significati e di valori.

Bibliografia consultata

Bentivoglio L., Rizzolatti: “Ecco perché i sentimenti sono contagiosi”, La Repubblica, 27/08/2012.

Buber M., L’io e il tu, Bonomi, Pavia, 1991.

Gnoli A. – Rizzolatti G., In te mi specchio: per una scienza dell’empatia, Bur – Rizzoli, Milano, 2018.

Goleman D. – I. Blum – Lotti B., Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici, Rcs Mediagroup S.P.A., Milano, 2016.

Rogers C., Un modo di essere, Martinelli, Firenze, 1983.

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