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Tempo di affrontare i mulini a vento!

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6 minuti

Pierfrancesco Azzi
Redazione Azimuth e Centro Studi Scout d’Europa FSE – pier.azzi@gmail.com 

O caro Don Chisciotte, o Cavaliere dalla Triste Figura

girasti il mondo in cerca d’avventura,

con Ronzinante e Sancio il tuo scudiere,

pronto a combattere senza paura per ogni causa pura.

Maghi e stregoni ti facevano guerra,

e le pale incantate dei mulini ti gettavano a terra;

ma tu, con le ossa rotte, nobile Don Chisciotte, in sella rimontavi

e, lancia in resta, tornavi a farti rompere la testa.

In cuore abbiamo tutti un Cavaliere pieno di coraggio,

pronto a rimettersi sempre in viaggio,

e uno scudiero sonnolento, che ha paura dei mulini a vento…

Ma se la causa è giusta, fammi un segno,

perché – magari con una spada di legno –

andiamo, Don Chisciotte, io son con te!

Gianni Rodari

Inutile ribadire come questo tempo (post)moderno ci ponga enormi sfide.
Complessità in continua evoluzione, complessità liquida (come direbbe qualcuno) che non siamo sempre in grado di comprendere, gestire, manipolare. E nella quale si fatica, alle volte, a trovare direzione e senso. A livello educativo poi le sfide si stratificano: a quelle personali di chi educa si aggiungono, strato dopo strato, quelle di chi si vorrebbe accompagnare, dei ragazzi e delle ragazze: «tirare fuori quello che sta dentro» (e-ducere) è compito non banale. Lo è in termini assoluti e lo è ancora di più oggi dove quello che «sta dentro» non è sempre certo, individuabile, definito, noto.

La dimensione tempo

In questa complessità, dunque, proviamo a mettere la lente di ingrandimento sul tempo: la linea del tempo che vedeva il passato gettare le basi al presente, a sua volta teso e rivolto alla costruzione del futuro, è sempre più disturbata ed interrotta. Il passato ha perso il suo valore oggettivo ed oggettivabile per costruire – in modo migliore – il presente. Il futuro – minaccioso, insicuro ed incerto – è una dimensione di cui si ha paura ed in cui conviene non investire troppo. Il presente si è trasformato in un «carpe diem» continuo, un «fast food» frenetico di esperienze dove bulimicamente vivere quante più occasioni possibili, senza un filo conduttore (quantomeno apparente).

Senza una linea del tempo (almeno) non interrotta è difficile dare un senso, una direzione, un orientamento alla propria vita. E sappiamo che un orizzonte di senso fa la differenza tra una vita vissuta ed una vita vissuta felicemente.

La memoria del passato

Interrompere la linea del passato sicuramente semplifica la complessità del presente.

Interrompere questa connessione significa, però, anche dimenticare la propria «genesi», rinunciare a definirsi. Il DNA del figlio viene ereditato per il 50% dal padre ed il 50% dalla madre. E solo (più o meno) lo 0,1% sarà diverso rispetto a quello dei genitori. Rinunciare alla propria storia significa disconoscere le proprie origini e quindi la propria originalità, che sarà unica proprio perché generata dalla storia che rappresenta la base per l’evoluzione e la (ri)generazione.

Fare «memoria» di e per se stessi è un passaggio cruciale per riconoscere la nostra essenza (che identifica il nostro profumo), per lavorare alla nostra felicità. Per trovare, cioè, la nostra bellezza (che altro non è che ispirazione di felicità) che può diventare tanto più (ri)generativa e ispirativa tanto più viene condivisa (cioè, moltiplicata): ma ricordiamo però che «si può (con)dividere, senza che sparisca, solo ciò che prima si possiede e di cui si è fatto memoria» (Alessandro D’Avenia). Il passato ci garantisce la memoria e quindi proprio la moltiplicazione della bellezza nella nostra vita.

Ripercorrere la memoria personale è un passaggio complesso – faticoso a volte – che educativamente non possiamo permetterci di tralasciare. Questo ci sfida molto perché la memoria, per essere generativa, purtroppo non può essere una rivisitazione nostalgica o tradizionalista del passato, bensì orientata al futuro: a sviluppare e a capire, cioè, come sfruttare, partendo dal nostro 99,9% di memoria, quel 0,1% di unicità che ci rende irripetibili, «evoluti», ispirati.

Contemplare il presente

Il presente non può ridursi alla collezione di sensazioni (che si perdono nel momento stesso in cui sono state generate) ma dovrebbe essere un percorso verso la costruzione della felicità.

La felicità ha bisogno di fermarsi e fissare l’attenzione. Ha bisogno di tempi dilatati, non frenetici, per le sue esperienze. Ha bisogno di contemplare per discernere ciò che va tenuto e ciò che va scartato. Ha bisogno di meraviglia: una parola potente – e purtroppo troppo spesso dimenticata nella velocità dell’oggi. Meraviglia deriva dal latino «mirare», il cui significato ci rimanda a ciò che non si può non guardare, «dalla stessa radice di miracolo ed ammirare. Spesso perdiamo la capacità se non di credere, di vedere i miracoli», presi come siamo a consumare il nostro tempo presente.

Eppure, il presente più che essere consumato dovrebbe essere ammirato: una sfida per gli educatori non semplice in quanto la contemplazione ha bisogno di profondità invece che di superficialità, di sedimentare e rallentare e non di accelerare, di qualità e non di quantità.

La scelta del futuro

Cambiare di segno – da negativo a positivo – alla percezione del futuro rappresenta forse la sfida più complessa di questo tempo. Per non doverci preoccupare del futuro cerchiamo una infinità di esperienze nel presente: «cerchiamo gioie senza fine ma siamo mortali», scrive Alessandro D’Avenia – «non riconoscendo che l’infinito è invece nella profondità con cui facciamo esperienza del finito: la quantità di senso che ha qualcosa che impegna libertà e creatività in uno spazio-tempo limitati (meglio due ore di social o due ore con un amico?)».

Il futuro (e quindi il compimento della nostra vita) si gioca in questa partita, scegliendo ogni singolo giorno di dare una possibilità alla profondità per costruire un disegno, definire un desiderio, dare una chance ad un sogno. Una scelta di felicità che nasce nel passato, si definisce per il futuro prendendo linfa vitale nelle scelte del presente. È ormai impellente – probabilmente non più rimandabile – educare alla scelta, perché la complessità del tempo moderno è prima di tutto una complessità (un intrico) di in-decisioni, in-sicurezze, in-certezze.

Forza, coraggio!

A livello educativo, per accogliere veramente queste sfide c’è bisogno di grande coraggio: il coraggio di mettere in discussione quanto fatto fino ad ora facendone sicuramente memoria, ma senza starci – ostinatamente – aggrappati ed il coraggio di ri-condividere, con modalità differenti e adatte a nuove esigenze, strumenti educativi più efficaci.

Ed in questo processo, la responsabilità più grande ce l’ha chi vuole educare le nuove generazioni: dobbiamo, prima di tutto noi come educatori, infatti, avere la forza di essere fedeli ai propri sogni (riconoscendo quelli che abbiamo tradito perché incastrati in regole, pensieri, certezze che ci pre-cedono e ci pre-determinano) e di affrontare paradigmi diversi, scarpe nuove (che potrebbero anche far male inizialmente) in piedi vecchi. Solo così potremmo essere fedeli anche ai sogni di felicità dei giovani che vogliamo accompagnare.

Le complessità, obiettivamente, possono sembrare impossibili alle volte, incomprensibili forse. Possono assumere forme strane: giganti che sembrano mulini a vento, greggi di pecore che si camuffano in saraceni. «Ma se la causa è giusta, fammi un segno, perché – magari con una spada di legno – andiamo, Don Chisciotte, io son con te».

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