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Come Telemaco

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Pier Marco Trulli
Redazione Azimuth – piermarco.trulli@gmail.com

Crisi e cambiamento della figura paterna

Negli ultimi numeri di Azimuth sono stati pubblicati due articoli interessanti sul tema della paternità, che vi consiglio di leggere qualora li abbiate persi. Il primo, di Maria Cristina Vespa, è incentrato sulla figura di Ettore, simbolo di un padre che sa usare forza e mitezza e sa proiettare il proprio figlio verso il futuro (n. 3/22); il secondo, di Lorenzo Polito, ci racconta quanto l’impegno e il percorso educativo di un Capo scout possa aiutare a prepararsi, un domani, a essere padri (1/23).

Provo a seguire questo ideale “filo rosso” tematico per aggiungere un altro tassello alla riflessione, partendo da un altro classico della letteratura greca: l’Odissea.

Come noto, Ulisse/Odisseo manca dalla sua Itaca ormai da circa vent’anni: i primi dieci li ha trascorsi nell’assedio di Troia, espugnata alla fine proprio grazie ad una sua astuzia, il famoso “Cavallo di Troia”; poi ne ha passati altri dieci con continue disavventure in giro per il Mediterraneo, restando a lungo prigioniero di sortilegi di donne bellissime e misteriose (Nausicaa, Circe e Calipso), perdendo tutto il suo equipaggio e non riuscendo più a ritrovare la strada di casa.

Intanto, nel suo palazzo, dei nobili arroganti e ambiziosi (i Proci) tentano di prendere il suo posto e il suo regno, insidiandone la moglie Penelope e minacciando il figlio Telemaco. Quest’ultimo, però, non si rassegna e ne aspetta con fiducia il ritorno, sperando di ottenere, con l’arrivo del padre, la liberazione dai suoi nemici. La sua pazienza alla fine sarà premiata: Ulisse torna e libera Itaca dai Proci.

La crisi della figura paterna

Telemaco e il suo rapporto con il padre Ulisse sono stati visti, negli ultimi anni, come il simbolo della crisi della figura paterna nel mondo attuale, dopo le fortissime contestazioni ricevute a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Si è parlato tanto di morte del padre, della sua irrilevanza educativa, della sua assenza e di come tutto ciò stia influendo sulle nuove generazioni, spesso prive di guide autorevoli e significative per la crescita delle persone.

Anche Papa Francesco ha dedicato molti interventi a questo tema, che è simbolicamente centrale anche in termini spirituali perché l’insignificanza del padre corrisponde in parallelo alla marginalizzazione del Padre. Papa Francesco ha anche coniato un termine, l’orfananza, per indicare il grave disagio dei giovani di oggi, spesso privi della presenza genitoriale.

In effetti, non possiamo ignorare che questa “assenza” paterna, più ancora che materna, sia un grande problema, e che non riguardi solo il rapporto padre/figli ma coinvolga di fatto l’intera società. Un padre debole e impaurito non solo non aiuta i propri figli, ma fa mancare il proprio apporto creativo anche alla sua comunità.

Come Telemaco, anche noi siamo in attesa del ritorno del padre:

Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre” (Odissea, Canto XVI).

Chissà che questo ritorno non sia più vicino di quanto si pensi: mentre il padre simbolico è stato ucciso, tanti padri reali hanno portato avanti nel frattempo la carretta, affrontando difficoltà e cercando soluzioni nuove per esercitare il proprio ruolo di padre. A loro è affidato oggi il compito di trovare nuove modalità di esprimere la paternità e di restituire un padre ai figli.

Certamente, questo padre sarà diverso da quello che i figli si aspettano. Anche Telemaco si troverà di fronte un padre irriconoscibile, perché Ulisse arriva su Itaca da mendicante, sporco, vecchio, fragile. Quando si farà riconoscere, i due scoppieranno in un lungo pianto liberatorio, dopo tutte le sofferenze e le difficoltà patite: anche questo pare indicarci una strada ben diversa da quella trionfale e gloriosa del padre vincente.

In fondo, questo incontro tra Ulisse e Telemaco ci presenta un nodo importante della crisi della paternità, una trappola nella quale cadiamo spesso come padri (e più in generale, come genitori): la paura di dispiacere ai propri figli, di presentarci anche nelle nostre fragilità e imperfezioni, per timore di essere giudicati e rifiutati. Questa paura però, in un circolo vizioso che ci porta ad ingigantire i nostri problemi, può sfociare nell’incapacità degli adulti di accettare critiche (tipica del narcisismo) e in quella giovanile di affrontare le frustrazioni (segno di un’immaturità che spesso dipende da noi adulti).

La dinamica dell’incontro però nel racconto ha un esito diverso: Ulisse, consapevole della sofferenza causata dalla sua assenza, non ha paura a mostrarsi nei panni di mendicante, abbraccia il figlio e piange; Telemaco accetta il padre, anche se diverso dalle sue aspettative, e si unisce al pianto: sa che, d’ora in poi, Ulisse si prenderà cura di lui, da padre ritrovato.

La figura della madre

L’ultima annotazione è sul ruolo della madre: anche se questo può sembrare un incontro esclusivamente al maschile, tra padre e figlio, non sarebbe potuto avvenire se negli anni Penelope non avesse mantenuto vivo il racconto del padre nel dialogo con Telemaco, se non lo avesse fatto sentire presenza forte e significativa pur nella ventennale assenza. Questa capacità materna è fondamentale per salvaguardare la figura paterna, per dare un’identità forte a un figlio cresciuto senza un confronto reale con il proprio padre.

In fondo, anche questo ci riporta ad un’altra specificità della paternità: non si è padri veramente se non è in rapporto con la madre, se non si vive la relazione con gli altri, se non si rinuncia alle nostre manie di grandezza e di self-made-men.

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