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Semi che riempiono la vita

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Pierfrancesco Azzi
Redazione Azimuth e Centro Studi Scout d’Europa FSE – pier.azzi@gmail.com

«Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.
[…] La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana:
suona per te.» (John Donne)

Che l’uomo sia un essere sociale è una consapevolezza che tutti noi condividiamo, radicata nelle nostre idee e nelle nostre convinzioni, fa parte della nostra esperienza. Già Aristotele nel IV secolo a.C. sosteneva la tendenza dell’essere umano alla socialità (l’uomo come «animale sociale»): la natura umana ci spinge a stare in contatto con l’altro, a tal punto che molto spesso è proprio nella relazione e nell’incontro che viene a (ri)definirsi l’identità. Curare le proprie relazioni è dunque un processo che coinvolge tutti, nessuno escluso: ma come riuscirci? Questa una delle sfide più complesse che dobbiamo affrontare, sia (e soprattutto) come persone sia come educatori.

Il consumismo delle relazioni

Questa sfida non è mai stata banale. Ma ora abbiamo ulteriore complessità da gestire:Il sociologo Z. Bauman ha definito le relazioni del nostro tempo liquide – relazioni caratterizzate da una grande fragilità che non assicura più la durata e la stabilità nel tempo: come l’acqua, questi legami effimeri occupano momentaneamente uno spazio nella nostra vita, ma altrettanto rapidamente mutano, si dissolvono. Le relazioni liquide sono ovviamente frutto di una “identità liquida”, che Bauman accomuna ad una crosta vulcanica: induritaall’esterno l’apparenza è forte e stabile, all’interno invece la persona sperimenta fragilità, incertezza, cambiamento continuo,impedendo di fatto la costruzione di relazioni forti e durature. Il modello tecno-sociologico del nostro tempo ci induce poi alla velocità, alla connessione continua (ma anche all’altrettanto veloce dis-connessione), alla «superficialità» (intesa proprio come possibilità di navigare in superficie, per essere più dinamici e capaci di tenere il ritmo delle mille esperienze che non dobbiamo/possiamo perderci).

Le ripercussioni sulle relazioni sono molteplici ma due sono quelle sostanziali. La prima è che le relazioni diventano parte integrante del «consumismo esistenziale» che – più o meno consciamente – viviamo: siamo indotti alla ricerca di una soddisfazione immediata, al possesso della maggior parte di esperienze possibili; le relazioni non fanno eccezione e conseguentemente anch’esse diventano «cose» da possedere e consumare. La seconda è che il modello delle relazioni è mutato da «lineare» – relazione io con te – a «network» (= rete di connessioni) – io con tanti: in questo modo accendo e spengo più facilmente i legami potendo sostituire/aggiungere/togliere nodi alla mia rete senza sostanzialmente cambiarla. È evidente che tutto questo non crea stabilità ma precarietà, non crea profondità ma superficialità, non radica ma induce legami più deboli e flebili, non crea soddisfazione ma ricerca continua, di altro.

Abbiamo molti bisogni, sotto sotto…

Quali sono, dunque, i bisogni relazionali dell’uomo? Cioè: questo modello risponde al desiderio profondo di relazione dell’uomo di oggi? Nonostante quello che possiamo osservare o alle visioni più pessimistiche di chi studia la società, ci sono degli aspetti che sono ancora oggi necessari e dirimenti (anche se magari non attuali) quando dobbiamo costruire una relazione che ci apra alla vita e non ci chiuda alla solitudine (aspetti che in un’ottica educativa dobbiamo sempre tenere presenti, tra l’altro).

Abbiamo bisogno di autenticità: vale la pena investire in una relazione se questa mi permette un confronto aperto e sincero del mio io, autentico, con un tu, altrettanto vero. Indossare una «maschera» o interfacciarsi con una «finzione» non permette di creare un rapporto fecondo: è solo tempo perso e non va a toccare il bisogno di identità che ciascuno ha.

Abbiamo bisogno di profondità: una relazione lascia il segno se tocca il cuore e non la superficie, se è capace di rompere la «crosta vulcanica» in modo da raggiungere il nostro io profondo: viaggiare nella profondità permette di «compiersi» a partire dalla verità di chi si è, con i propri limiti e pregi, per poter fiorire e diventare, autenticamente e profondamente, ciò che si è destinati ad essere.

Abbiamo bisogno di reciprocità: la relazione buona non può permettersi di vivere in modo semplicemente connesso, ma deve essere scelta ed «investita» (= deve essere un investimento) in modo reciproco e condiviso. Scegliersi quotidianamente, «addomesticarsi» è un esercizio faticoso che va in controtendenza. Diventa una scelta definitiva che non può essere spenta con facilità o con leggerezza. Ma è una scelta che porta frutto verso il compimento della propria felicità.

Abbiamo bisogno di prossimità: una relazione «vitale» è una relazione vissuta nel contatto con gli altri e con il mondo. Vivere a contatto ci permette di scegliere liberamente tra ciò che ci fa avanzare e ciò che ci fa regredire, tra ciò che si è e ciò che ci sembra di essere. Abitare gli e con gli altri permette di valorizzare sé stessi e la propria vita.

È una questione di sensi, e di semi

Ascoltarsi, vedersi, toccarsi: questi sono i verbi di una relazione attiva, di una relazione fruttuosa. I sensi sono la nostra finestra sul mondo, sono ciò che ci permettono di stare nella nostra realtà con completezza e compimento. La relazione buona passa attraverso i segni della nostra vita, passa attraverso i momenti di ascolto donato e ricevuto, passa attraverso gli sguardi che ci permettono di accorgersi degli altri e di essere visti, considerati, riconosciuti. Passa attraverso il contatto con le mani degli altri, con i corpi degli altri, con i passi camminati assieme agli altri. La relazione vive di «accorgimenti»: vive cioè dell’accorgersi dell’altro, dell’ascolto dell’altro in modo autentico e profondo, della reciproca contaminazione delle vite.

«Educare non è “far funzionare” in base a canoni esterni o metodi più o meno consolidati (basati sul sei giusto/sbagliato) ma è “far crescere” dall’interno (ti metto in condizione di scegliere liberamente tra ciò che ti fa crescere e ciò che ti fa regredire, perché crescere è compito tuo), come un giardiniere fa con i semi: «autorizza» chi ha già in sé tutta la vita, non è lui che la (im-)pone ai semi né la lascia al caso, ma le permette di crescere”»1. E avere relazioni buone è, tutto sommato, un modo privilegiato per aiutare questo seme a germogliare con vigore, giorno dopo giorno, pioggia dopo pioggia e sole dopo sole.


1 Alessandro D’Avenia

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