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Sconnettersi per riconnettersi

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3 minuti

Sara Sticca

In una società in cui siamo sempre raggiungibili e immersi in un flusso di notifiche, a cosa ci connettiamo realmente? Come educatori, questa domanda ci interroga profondamente. L’iperconnessione ci illude di possedere infiniti legami, ma nella realtà si rivelano spesso fragili o inesistenti. Da questo paradosso nasce l’urgenza di una riflessione: come possiamo, nel tempo di un campo estivo, ad esempio, rompere la dipendenza dallo schermo per riscoprire relazioni genuine e un contatto autentico con ciò che ci circonda?

In rete si trovano testimonianze illuminanti che sembrano fare al caso nostro! Riguardo al progetto Joy, (Sport Senza Frontiere), gli organizzatori spiegano: «All’inizio si assiste a scene di distacco quasi tragiche quando si ritirano i telefoni, ma basta proporre attività vere e di socialità per far scordare lo schermo persino nell’unica mezz’ora quotidiana concessa per parlare con i genitori». Parole simili si leggono anche nelle cronache degli scout nautici, descritti come «isole della felicità, dove la pura avventura e l’assenza di copertura di rete guariscono la dipendenza dai cellulari, illuminando nuovamente gli occhi dei giovani».

Il campo estivo rappresenta un’occasione privilegiata per ridurre l’esposizione agli schermi. La soluzione, però, non risiede in una privazione forzata e/o punitiva del telefono. La natura stessa spesso non favorisce una grande copertura di rete: l’assenza di segnale allontana dal telefono in modo spontaneo, senza bisogno di sequestrarlo – azione che genererebbe solo la ricerca di stratagemmi per disobbedire.

Al campo abbiamo la straordinaria possibilità di connetterci costantemente con la natura e allenare i nostri sensi. Guardare un tramonto, ascoltare il vento, sentire l’odore del bosco o lo scricchiolio del fuoco permette di entrare in relazione autentica con la realtà. Uno sguardo, una parola detta intorno al fuoco, un gioco o un’attività affrontata insieme creano legami profondi che si rafforzano nel tempo, capaci di trasformarsi in ricordi condivisi.

La tecnologia si rivela così per quello che è: uno strumento secondario, non una necessità! Lo scoutismo insegna a fare meno dei supporti tecnologici, invitando i ragazzi a misurarsi con il proprio ingegno: costruire una bussola, usare il taccuino, tracciare un percorso rettificato o accendere il fuoco restituiscono un’autonomia che nessuno schermo può offrire.

In definitiva, riscoprire la natura, le relazioni genuine e la manualità rappresentano una risposta efficace all’iperconnessione. Ma quanto spazio sappiamo lasciare all’avventura nelle nostre proposte educative? E come possiamo continuare a coltivare un rapporto equilibrato con la tecnologia, accompagnando i ragazzi verso una “libertà” sempre più consapevole?

Osservare queste dinamiche ci aiuta a leggere la direzione in cui si muove la società di oggi, ricordandoci che il lavoro educativo che portiamo avanti con i ragazzi resta uno strumento prezioso.

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