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«È bello per noi essere qui!»

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L’occasione di Dio al campo

Un sorriso illuminato dal fuoco, uno sguardo complice in Sestiglia, il volto soddisfatto di chi raggiunge una meta… ti viene da dire: «È bello per noi essere qui!».

Dai, sai di cosa parlo. Hai i ragazzi davanti a te, immersi nell’esperienza che gli hai preparato. L’entusiasmo è alle stelle, tutto sembra andare nel verso giusto. Le fatiche dell’anno svaniscono sullo sfondo. Ti concedi perfino una pacca sulla spalla: il campo sta andando bene.

Arrivo al punto.

La domanda è semplice: che cosa facciamo di quell’occasione? Sentiamo tutti di non volerla sprecare. Vogliamo almeno provare a giocarci bene quella partita.

Siamo vicini alla festa della Trasfigurazione (Mt 17,1-9) e forse questo può dirci qualcosa. Perché anche Pietro deve aver provato qualcosa di simile sul Tabor. Aveva camminato con Gesù, lo aveva ascoltato, aveva visto i miracoli. Eppure, su quel monte, accade qualcosa di diverso: per un istante, vede chi è davvero il Maestro. Cade il velo dell’abitudine. Tutto si illumina e gli viene spontaneo dire: «Signore, è bello per noi essere qui». Ecco l’idea: «Facciamo tre tende!». Vorrebbe fermare il tempo. Trattenere quell’attimo. Niente da fare. Il Signore non lo fa neppure finire di parlare. Cambia discorso e alza il tiro: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!».

E se fosse così anche per noi? Come a dirci: quell’occasione è di Dio, non nostra. Noi siamo stati lo strumento; abbiamo creato l’occasione. Nell’immediato non ci gratifica… ma non è cosa da poco! 

Restare aggrappati al momento (purtroppo, perché ci piace) significa trasformarlo in un ricordo. Molto bello… ma troppo statico. Il ricordo custodisce, consola… ma non muove. Terminata la visione Gesù rimette i suoi in cammino. Li conduce verso Gerusalemme, verso la missione affidatagli dal Padre.

Dobbiamo perciò puntare a fare meglio. Potremmo anche noi, per esempio, imitare ciò che ha fatto il Signore: usare quel tempo privilegiato per annunciare il Figlio! 

Roba grossa! Forse troppo. Però pensiamoci un attimo. Potremmo riconoscere, con i ragazzi, che quella gioia che stanno vivendo, quella bellezza che tanto li attrae, quel desiderio che portano nel cuore, non sono solo emozioni da campo. Sono porte aperte alla grazia. Indicano una via. Hanno una sorgente più profonda, un Nome. Va be’, lo avete capito. Qualcuno dovrà pur dirglielo! 

Dobbiamo avere il coraggio di parlare di Dio, di raccontare come il Signore stia operando nella loro vita in quel momento… e magari anche nella nostra! Non riduciamo l’espressione della Fede a qualche momento di preghiera… magari con lo stomaco che brontola!   

I ragazzi meritano Capi che abbiano il coraggio di proporre la santità come qualcosa di concreto, possibile, desiderabile. Raggiungibile nel qui ed ora della loro vita!

Al campo il terreno è incredibilmente fertile. Abbiamo una straordinaria occasione educativa, forse la più grande dell’anno. Se sapremo coglierla, il nostro servizio acquisterà nuovo slancio e lasceremo ai ragazzi molto più di un semplice ricordo.

Ciò detto, zaini pronti e attività ben preparate. Creiamo l’occasione di Dio!

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