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Il campo è davvero per tutti?

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Partecipare non significa fare tutto, ma vivere una vera esperienza scout con il proprio passo.

Il campo è una delle esperienze più forti dello scautismo: lo zaino, la strada, la tenda, il fuoco, la fatica, la gioia di stare insieme.

Proprio per questo ogni Capo dovrebbe farsi una domanda concreta: questo campo è davvero pensato per tutti?

Non solo nelle intenzioni, ma nei tempi, negli spazi, nelle attività e nelle attenzioni educative.

Quando in unità c’è un ragazzo o una ragazza con disabilità, la partecipazione al campo non può essere decisa all’ultimo momento. Va preparata per tempo, con realismo, fiducia e ascolto.

Quando va decisa la partecipazione?

Gli obiettivi educativi per il singolo ragazzo, e le eventuali attività da proporre o sollecitare, vanno chiariti in pattuglia direttiva. Poi devono essere condivisi con la famiglia e, quando possibile, anche con il ragazzo stesso.

Se dopo una valutazione seria si ritiene che, in quel momento, la partecipazione a un’uscita o a un campo non sia possibile, bisogna dirlo subito. Una comunicazione all’ultimo momento può creare delusione e la sensazione di essere esclusi.

Dire le cose per tempo, con delicatezza e chiarezza, è già un gesto educativo.

Ma chiarezza non significa chiusura. Va evitata la valutazione preconcetta, quella che parte dal “non ce la farà” prima ancora di aver provato. I ragazzi con disabilità hanno spesso una rara capacità di stupire chi cammina con loro.

Si può partecipare anche solo in parte?

Sì. La partecipazione al campo può essere piena, parziale o progressiva.

Un Esploratore o una Guida potrebbero arrivare quando il campo è già montato, con una struttura più stabile. Un Lupetto o una Coccinella, nelle prime esperienze, potrebbero vivere le vacanze di Branco o il Volo Estivo con i genitori che dormono nelle vicinanze, pronti a intervenire se serve, senza sostituirsi ai Capi.

In alcuni casi può aiutare un operatore specializzato, non per prendere il posto del Capo, ma per fare da ponte: leggere alcune reazioni, prevenire fatiche, facilitare la relazione.

Per Rover e Scolte si possono immaginare altre soluzioni: raggiungere il gruppo in un rifugio, in una tappa accessibile in auto, condividere una serata, un servizio o un momento forte, e poi proseguire con modalità diverse.

Anche questa è partecipazione vera, se è pensata bene.

Personalizzare abbassa la proposta scout?

No. Personalizzare un campo non significa fare uno scautismo di serie B. Significa custodire il cuore del metodo scout e cercare il modo perché ciascuno possa viverlo davvero.

Il campo non è “tutto o niente”. È un’esperienza educativa che può essere preparata, adattata e resa possibile con intelligenza.

Per questo serve un calendario delle attività chiaro e condiviso. Sapere per tempo quando ci saranno uscite, pernottamenti, campi e attività più impegnative permette di organizzare eventuali aiuti, coinvolgere la famiglia e valutare con calma le condizioni concrete.

E va ricordato un punto: il fatto che un ragazzo non abbia partecipato a un campo un anno non significa che non potrà partecipare mai. Una scelta fatta oggi non deve diventare una sentenza sul futuro.

Cosa può fare un Capo adesso?

Prima di chiudere il calendario dell’anno, lo staff può fermarsi su tre domande semplici:

Chi rischia di restare fuori da questa esperienza?

Quale parte del campo può vivere davvero questo ragazzo, quest’anno, con questo gruppo e in queste condizioni?

Che cosa possiamo fare per tempo perché quella partecipazione sia possibile, bella e sicura?

Il campo educa il ragazzo con disabilità. Ma educa anche tutta l’unità. Insegna ad aspettarsi, a fare spazio, a trovare soluzioni, a scoprire che il passo di uno può rendere più vero il cammino di tutti.

Perché nello scautismo nessuno cresce da solo. E un campo pensato bene può diventare il luogo in cui ciascuno scopre che c’è posto anche per lui.

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